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Nemrut Daği, la tomba di re Antioco I di Commagene

Adiyaman - Turchia

La Turchia è una terra ricca di storie e leggende. Una delle più misteriose è ambientata sulle cime dell’Anatolia sud-orientale, vicino al lago artificiale di Keban, un bacino in cui i fiumi Karasu e Murat confluiscono, formando l’Eufrate. Nonostante questa regione non rientri nella lista delle mete più visitate della Turchia, la provincia di Adiyaman è una miniera di storia e di ospitalità. La popolazione locale, che vive principalmente di agricoltura e pastorizia, è consapevole dell’importanza storica della regione e per questo, nonostante qualche superabile problema di comunicazione iniziale, cerca in ogni modo di raccontarsi e di far sentire i turisti benvenuti. Questi uomini dai capelli scuri e dagli sguardi orgogliosi, sono i discendenti non solo dei grandi signori della Mesopotamia, ma anche di un re che decise di sedere per l’eternità tra dei persiani e greci: Antioco I re di Commagene.

Vista aerea sul lago artificiale di Keban, Adiyaman
Vista aerea sul lago artificiale di Keban, Adiyaman

Il regno di Commagene, con capitale Samosata, confinava a occidente con la Cilicia e con la Cappadocia a nord. Sorse nel 163 a.C., quando il satrapo Tolomeo I di Commagene, governatore della regione a nome dei decadenti Seleucidi, si dichiarò indipendente. La dinastia di Tolomeo era imparentata con i sovrani parti, ma il suo discendente Mitridate I Callinico (100-69 a.C.) abbracciò la cultura ellenistica, sposando la principessa siro-greca Laodice VII Tea. La dinastia di Antioco I poteva quindi vantare legami sia con Alessandro Magno, che con i re persiani. Il re di Commagene regnò dal 98 al 38 a.C. e fu un alleato del generale romano Gneo Pompeo Magno contro i Parti (64 a.C.). Grazie alle sue doti diplomatiche, Antioco riuscì a preservare l'indipendenza di Commagene contro l'espansionismo romano e fu alleato di Marco Antonio nella guerra civile contro Ottaviano. Dopo la sconfitta di Antonio, il Regno di Commagene divenne un regno cliente della Repubblica Romana, sotto la Provincia di Siria. Antioco, che si sentiva un discendente di Alessandro Magno e del re persiano Dario, aveva dato vita ad un culto reale che riprendeva la forma ellenizzata della religione di Zoroastro. Come scrisse lo storico Adrian Gilbert: “Quello che Antioco stava cercando di fare era produrre una sintesi, una nuova versione delle vecchie religioni e ciò che fece, fu vestire gli dei persiani come quelli greci per ottenere una sintesi delle divinità dei due popoli”. Per rendere eterna la sua missione, Antioco decise di farsi immortalare insieme alle maggiori divinità greche e persiane in quella che avrebbe dovuto essere la sua tomba. Il re voleva che la sua tomba-tempio fosse in un luogo santo, vicino agli dei, e abbastanza in alto da poter essere visto anche a molti chilometri di distanza. All’interno del suo regno, che corrisponde all’odierna provincia di Adiyaman, si trova un monte (2150 m) che rispettava i canoni richiesti dal re per la sua tomba. Questa montagna si chiama Nemrut Daği e Antioco decise di essere seppellito sulla sua vetta. Nel 62 a.C. commissionò la costruzione di un magnifico santuario tombale: su un picco alto più di 45 metri e largo più di 150, con l’utilizzo di innumerevoli pietre calcaree, vennero costruite colossali statue di aquile e leoni, di dei greci e persiani, oltre a due enormi sculture rappresentanti lo stesso re. 

Nemrut Daği
Nemrut Daği

Il primo impulso per una ricerca scientifica del santuario fu dato dall'ingegnere K. Sester. Nel 1880 il Sester percorse l'Asia Minore orientale per incarico del governo turco, ai fini di progettare un tracciato di vie di comunicazione per i trasporti commerciali che collegassero quella parte della regione con l'Anatolia centrale ed i porti del Mediterraneo. Durante le perlustrazioni a cavallo, gli aiutanti curdi del Sester richiamarono la sua attenzione sulla caratteristica ed imponente forma del tumulo in cima al Nemrut Daği. Dapprima i racconti sulle colossali figure di divinità poste davanti al tumulo sulla cima del Tauro dovettero sembrargli piuttosto inverosimili e, dopo il suo ritorno, la sua relazione ebbe in un primo tempo la stessa incredula accoglienza. Nel frattempo il Sester volle accertarsi di persona della veridicità dei racconti e rimase letteralmente stordito dalla sublime grandiosità della costruzione e dalla bellezza del paesaggio. Quello che probabilmente dovette ancor più meravigliare il Sester, era il fatto che questo incomparabile monumento, posto a più di 2.000 m sul livello del mare, apparisse del tutto sconosciuto al mondo degli studiosi. Il Sester non lo trovò indicato su nessuna carta, né in quella di H. von Moltke, che nel 1838-39, durante le sue ricognizioni, aveva percorso i confini dell’antico regno di Commagene in lungo e in largo, né in quella di W. F. Ainsworth. Entrambi avevano dovuto vedere il tumulo sul Nemrut Daği dal plateau della fortezza di Gerger (Arsameia sull'Eufrate) senza però aver sentore dell'importanza della cima artificiale di quel monte. Sester si mise in contatto con l’Accademia di Berlino, che subito inviò un suo corrispondente e mise a disposizione i mezzi per una spedizione nell’antico regno di Commagene. Sotto la direzione di K. Humann furono prese le misure di tutta la costruzione e si fecero i calchi dei rilievi più importanti che da allora sono conservati nell'Antiquarium di Berlino. Negli anni dal 1953 al 1956, sotto il patronato delle American Schools of Oriental Research, venne riportata alla luce l'intera costruzione.

Nelle iscrizioni conservate sul Nemrut Daği, il monumento è designato come hierothèsion del re Antioco I di Commagene. Questa denominazione, che significa luogo sepolcrale consacrato da un culto, è certamente originaria dello stesso ambito commagenico, poiché finora è documentata esclusivamente in questo luogo. I visitatori accedevano per mezzo di apposite vie processionali allo hierothèsion; questo consta di due terrazze di struttura molto simile, situate sul lato occidentale e su quello orientale del tumulo e di una terrazza più piccola a nord. Mentre sulla terrazza orientale lo stato di conservazione delle figure di divinità è relativamente perfetto, sulla terrazza occidentale non rimane della disposizione originaria che un caos di blocchi monumentali. Dinanzi al tumulo, sulla terrazza orientale e su quella settentrionale, era rappresentato il re stesso come era in uso presso i sovrani d'Oriente, in grandezza monumentale, nella cerchia delle divinità indigene. Sebbene nella loro struttura le forme siano modellate solo rozzamente, alla maniera orientale, i volti delle divinità sono invece talmente espressivi che si intuisce il tentativo degli artisti di esprimere l'essenza ed il carattere dei singoli personaggi. Oltre ad Antioco divinizzato, ci sono Zeus Oromasdes (= il persiano Ahura Mazdāh), la personificazione della "patria Cominagene che tutti nutre”, Apollo Mithra Helios Hermes e Artagnes Herakles Ares (= il persiano Verethragna). Le tre divinità principali, Zeus Oromasdes, Apollo Mithra Helios Hermes ed Artagnes Herakles Ares, compaiono ancora una volta come divinità planetarie in uno splendido oroscopo, rispettivamente associate a Giove (Zeus), Mercurio (Apollo) e Marte (Eracle). Purtroppo i dati astronomici inerenti alla rappresentazione non sono del tutto chiari e hanno dato origine ad una serie di leggende collegate con l’antico culto dei magi. 

I magi erano i sacerdoti dei Medi, avi degli attuali Curdi iraniani. Lo storico greco Erodoto afferma che questi sacerdoti interpretavano i sogni e studiavano gli astri, mentre in Iraq si dice che fossero i discendenti degli astronomi sumeri, in grado di predire e addirittura manipolare gli eventi, grazie alla loro conoscenza delle stelle. Nella nostra religione sono stati utilizzati come simbolo per mostrare che persino gli autorevoli uomini di scienza si inginocchiarono davanti al figlio di Dio, donandogli i doni più preziosi. Il fatto che gli archeologi non abbiano ancora trovato, dopo oltre cento anni di ricerche, il corpo di Antioco e che tutta l’area del regno di Commagene sia ricca di riferimenti astronomici, ha aperto nuove teorie su una possibile visione fantasiosa del destino del re. Le analisi effettuate da archeologi e astronomi presso il sito di Arsameia, in un condotto rinvenuto a pochi metri da un ortostato che raffigura Antioco che stringe la mano ad Eracle, rivelano che in due giorni dell'anno i raggi del sole illuminano il fondo del tunnel, una volta quando si allinea con la costellazione del Leone, e una volta quando si allinea con Orione. Secondo le tavolette dei magi, questo punto nel cielo è molto interessante perché è quello in cui il Sole incrocia la Via Lattea, la nostra galassia. Per il mondo antico, questo incrocio di stelle era la porta di accesso alla vita eterna. Quel passaggio sarebbe dunque stato il luogo in cui l'anima di re Antioco avrebbe potuto raggiungere le stelle, in un viaggio sia in andata, sia in ritorno. Da questa credenza, è nata una leggenda locale secondo la quale Antioco trovò e aprì la porta delle stelle per viaggiare nel tempo. Anche se questo è solo un racconto popolare, tramandato per tenere in vita il fascino della storia dell’ultimo re di Commagene, l’atmosfera surreale che si respira sul Nemrut Daği, fa scordare la verità storica e ridà vita ad un grande re che ancora oggi, dopo duemila anni, veglia sulla sua amata terra.



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