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Una mosca turchese, un lungo volo tra Italia e Turchia

di DONATELLA PIATTI

Tempo di lettura stimato: 3 minuti

‘’Deliziose storie ricche di particolari che raccontano una Turchia poco conosciuta, storie che fanno sorridere ma, con amarezza, presentano un paese che, combattuto tra oriente e occidente, Islam e laicità, non si riconosce più, un paese che sta perdendo ogni identità’’

Mine G. Kirikkanat, «Cumhuriyet Gazetesi»

IL LIBRO

L'autrice, che ha vissuto in Turchia per oltre trent'anni, ci racconta il fascino e le contraddizioni di un paese in bilico tra spinta verso la modernità e attaccamento alle tradizioni. Dagli episodi, narrati con prosa limpida e pungente, emergono gli aspetti tipici della vita quotidiana: il bagno turco, il sapore de tè gustato secondo il rito locale, le usanze religiose e le paure ancestrali. In pagine ora commoventi, ora ricche di humour, emergono tutte caratteristiche di un mondo che merita di essere conosciuto e amato, ma il cui futuro non nasconde incertezze e pericoli.

L'AUTRICE

Donatella Piatti, dopo essersi diplomata a Milano, si trasferisce a Istanbul dove si sposa e risiede per trentasei anni lavorando come giornalista per importanti quotidiani turchi. Insegnante, scrittrice e conduttrice televisiva per programmi di cucina, ha pubblicato in Italia I cavalieri del regno perduto (Nuovi Editori, 1997) e in Turchia Itik ulkenin prensi (1998), Bir neolevantenin hatira defteri (1999), Mavi cadilar pembe yarasalar (2001), Pasta, amore, fantasia (2003), Carissima Sevgilim (2004), Şarabin italyan Aşki (2007). Dal 2010 risiede a Verona dove scrive e insegna.


Istanbul è una città che non va solo vista. Non è solo palazzi, moschee, chiese, traghetti, mare e buon cibo. Istanbul è una bellissima poesia che si svela spontaneamente. La logica e la razionalità non sono le chiavi di lettura per entrare in questa entità che si può solo sentire e, come nel mio caso, amare. Il libro di Donatella Prati offre un appassionante assaggio di un mondo che merita di essere conosciuto e vissuto. Fin dal principio si percepisce chiaramente l’affetto sincero e il legame profondo che legano l’autrice alla capitale morale delle Turchia. La sua storia contiene all’interno tanti racconti, eventi quotidiani e aneddoti densi di significato, narrati con uno stile fluido e diretto che appassiona pagina dopo pagina. Per chi come me ama Istanbul o per chi ancora deve fare la sua conoscenza, è un piacere lasciarsi trasportare dai racconti di questo romanzo che fotografano l’essenza spesso contraddittoria di questa inebriante città. Il contesto sociale, che razionalmente può apparire di difficile lettura, viene raccontato dall’autrice con l’appassionata semplicità di chi vuole e riesce ad entrare in mondi differenti. La lingua è solo la prima difficoltà che viene vista e vissuta da Donatella Piatti come un’opportunità per integrarsi, per farsi scoprire e per carpire le sfumature dei comportamenti, del pensiero e dello stile di vita della sua nuova terra. Da straniera, diventa una parte della vita di questa città. I personaggi, i luoghi e gli eventi sono dipinti dalle parole dell’autrice con colori vividi e noi, da semplici lettori, diventiamo spettatori attivi di questo racconto. Le storie delle domestiche dai nomi che tradotti assumono significati buffi come cerbiatto capriccioso o tazza, i racconti delle ziyaret (le visite di amici e parenti), la prima volta all’hammam, la fuga/liberazione delle pecore nel giorno del Kurban Bayram (la festa del sacrificio), la descrizione della visita al cimitero e persino l’episodio poco piacevole dell’espulsione dal paese a causa di pochi giorni di sforamento del visto, sono narrati con parole e ritmi che appassionano e seducono.

‘’Anch’io, richiamata dai profumi e dai rumori che provenivano dalla cucina mi alzavo all’alba per dividere con chi digiunava durante il giorno quell’ultima colazione fatta di piccoli dorati borek, involtini gonfi di formaggio, marmellate fatte in casa servite su sfoglie al burro, formaggi di latte di capra con grosse olive nere e saporite, il tè forte e buono accompagnato dal tintinnare dei cucchiaini che giravano in quei buffi, graziosi panciuti bicchierini e riempivano la casa di allegria: dlin… dlin… dlin… Ed erano queste le immagini che a ogni visita in Italia raccontavo al mio ‘’pubblico’’ italiano arricchendo con mille particolari quelle tavole da sultani! (…) Credo di aver imparato durante quelle mie visite in Italia a trasformare in parole i miei ricordi e le mie emozioni; provando l’incomparabile piacere di raccontare fissavo quelle immagini nella mente di chi mi ascoltava e lo facevo diventare come me un prezioso testimone di una parte della mia vita e di quel periodo che ormai non esiste più! Soprattutto oggi, che tutto è cambiato e le parole come Ramazan, Bayram, Allah e Müezzin non suscitano più curiosità o interesse come a quei tempi quando la Turchia, ancora sconosciuta era solo il paese delle fiabe, ma ricordano violenza, morte, intolleranza e talvolta accendono persino ostilità negli sguardi di chi mi ascolta!’’


Una mosca turchese è un libro che suggerisco vivamente a chi è già stato a Istanbul o chi ha intenzione di farlo. Ma soprattutto lo consiglio a coloro che rifiutano dogmaticamente l’idea che la Turchia sia un paese sinonimo di ospitalità, tradizioni, cultura e poesia. 

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