ASCOLTARE LA STORIA PER CAPIRE IL FUTURO

«La preistoria c'insegna che si può affrontare ogni sfida»

Prof. Dr. Lorenzo Nigro

L’incontro con Yilmaz Orkan, presidente dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia, ci ha permesso di spostare lo sguardo verso territori dal grandissimo patrimonio storico, culturale ed umano. Quelle aree, oggi note per i feroci tentativi di cancellare fisicamente e culturalmente le identità, un tempo furono lo scenario della rivoluzione neolitica e della conseguente transizione dal nomadismo alla sedentarietà. Quegli uomini e quelle donne vissuti dodicimila anni fa, creando centri abitati, governando il paesaggio, edificando santuari come Göbekli Tepe o costruendo -un apparentemente banale- mattone, gettarono le basi per la futura civilizzazione. 

Se tornassimo al punto zero, quel momento della nostra storia in cui tutto è iniziato, cosa potremmo scoprire sulla nostra identità? I nostri antenati possono aiutarci a comprendere chi siamo oggi e chi saremo in futuro? Ho voluto sentire l’opinione di uno dei più alti studiosi nel campo dell'archeologia levantina e mediterranea. Un uomo che ben conosce quel punto zero: Lorenzo Nigro, Direttore delle Spedizioni archeologiche dell'Università La Sapienza in Palestina, Giordania, Mozia (Sicilia) e Professore Associato di Archeologia Punica del Vicino Oriente e Fenicia presso il Dipartimento di Studi Orientali dell'Università La Sapienza di Roma. Oltre ad essere un grande conoscitore della storia, il Prof. Dr. Nigro ha intrapreso diverse imprese letterarie, tutte contraddistinte da una grande umanità di fondo. Grazie ai suoi libri, chiunque, appassionato di archeologia e non, può intraprendere un viaggio alla scoperta di un passato comune che scopriremo essere molto moderno. Un viaggio che spero di riuscire a farvi vivere attraverso questa intervista.

Lorenzo Nigro, MA, PhD, è un archeologo con 25 anni di esperienza sul campo nel Vicino Oriente (a partire da Ebla in Siria, 1989-1997) e nel Mediterraneo. Dal 2002 è Direttore della Spedizione dell'Università La Sapienza a Mozia, colonia fenicia nella Sicilia occidentale, dove ha scavato l'Area Sacra del Kothon, l'Acropoli, il Tofet e le mura della città (2002-2017). È anche direttore della Spedizione archeologica dell'Università Sapienza in Palestina e Giordania (2004-2017) portando avanti progetti nei siti di Tell es-Sultan (antica Gerico), Tell Abu Zarad (antica Tappuah) e Betlemme in Palestina; e Khirbet al-Batrawy, una delle prime città del III millennio a.C., nel Regno hashemita di Giordania. È il coordinatore del programma di salvataggio “Oasis of Jericho” (JOAP-Jericho Oasis Archaeological Park) portato avanti dalla Sapienza con il Ministero del Turismo e Antichità Palestinese e l'Unesco finanziato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano, che ha 103 siti archeologici nell'Oasi di Gerico. Ha avviato il catalogo di tutti i siti archeologici e culturali in Cisgiordania, comprese le aree altamente minacciate di Betlemme e Salfeet. Ha partecipato a numerosi eventi e iniziative finalizzate alla tutela e salvaguardia del patrimonio archeologico del Vicino Oriente in stretta collaborazione con le autorità locali in Giordania, Palestina e Libano (collabora anche con il Progetto EAMENA a Oxford). Dal 2013 è Direttore del Museo del Vicino Oriente antico, dell'Egitto e del Mediterraneo dell'Università La Sapienza di Roma, cui è stata allestita una mostra rinnovata nel 2015. È inoltre editore scientifico della rivista Vicino Oriente.


Professor Nigro, vorrei iniziare questa conversazione dal racconto di una storia. «C’era una volta un bambino che abitava nella periferia di Roma. Un giorno, durante i lavori di costruzione di un palazzo, vide che le ruspe stavano intaccando i resti di una villa romana. Senza pensarci due volte, il bambino corse a casa a prendere paletta e secchiello e scese nel cantiere per rendersi utile. Da allora quello fu il suo peccato: scavare.» Quel bambino armato di paletta e stupore era lei, professore. Che cos’è rimasto di quel bambino? Che emozione si prova a riportare alla luce e a toccare con mani, occhi e cuore qualcosa che è rimasto custodito dalla terra per millenni?

Eravamo nei gloriosi anni ’70. Sono sempre io. Con la stessa curiosità e le stesse inattese scoperte. Allora c’era una soprintendenza militante, che faceva gli scavi e salvava i monumenti. Oggi è tutto più intricato. Per questo è bello restare un po’ bambini. Poi mia mamma mi regalò un saggio Einaudi, a nove anni, di Paolo Matthiae: Ebla. Un impero ritrovato. Era il 1977. Rimasi folgorato da quella tavoletta cuneiforme in copertina, così ben incisa. Da quel racconto così lontano e affascinante. Non sapevo che dodici anni dopo sarei stato là, assieme al mio maestro a scavare, con tanti altri appassionati delle civiltà del Vicino Oriente antico.

Nel suo primo romanzo archeologico Gerico - la rivoluzione della preistoria, vincitore del premio Silvia dell’Orso 2019, scrive: «il passato appartiene a tutti; vive in ognuno di noi o è perduto per sempre». Questa affermazione apre mille e una riflessioni. Crede che lo studio della storia antica possa aiutare a renderci più consapevoli della nostra identità di ‘’animali sociali’’?

Non lo ho detto io. Sono gli stessi antichi ad insegnarcelo. L’arpista egiziano Antef ci ricorda con l’iscrizione nella sua tomba che la poesia è più immortale dell’architettura – come avrebbe fatto Foscolo – che la trasmissione del pensiero, della conoscenza, dell’arte e delle credenze di un popolo lo rendono immortale.

Parlando di storia antica, è inevitabile pensare ai territori della Mezzaluna fertile e del nostro Mediterraneo. Il passato e lo studio della storia possono essere utili a risvegliare un senso di appartenenza che va oltre i moderni confini geopolitici? 

Devono servire a risvegliare il rispetto tra le diverse culture ed entità politiche. Basta con la sopraffazione, con la logica della forza. Il rispetto – che non significa l’annullamento della propria identità – e la percezione della diversità come una ricchezza sono grandi valori che gli antichi ci hanno insegnato. Il desiderio di conoscere e trasmettere il passato è legato alla comprensione che i luoghi in cui viviamo – i nostri paesaggi – sono viventi e sono allo stesso tempo ‘archeologici’. Sono essi stessi la nostra storia. Non possiamo negarli, né rovinarli, sarebbe farci del male da soli. Nel Levante e nel Vicino Oriente vivono popolazioni giovani, intraprendenti, meritevoli di pace e libertà. La storia dei loro paesi è la storia condivisa dell’Umanità. Far sì che ci siano le condizioni perché chi abita quei territori la possa studiare e preservare è ancora un obiettivo possibile. L’Archeologia Orientale che ci ha insegnato Paolo Matthiae porta a questo.

Scavi della Spedizione archeologica dell'Università La Sapienza a Tell-es Sultan (Jericho)
Scavi della Spedizione archeologica dell'Università La Sapienza a Tell-es Sultan (Jericho)

«Vive in ognuno di noi». La storia è quindi viva e non morta. Eppure ci sono regimi che vogliono (vorrebbero) letteralmente assassinare, attraverso un genocidio culturale, l’identità storica. Palmira o i Buddha di Bamiyan sono solo alcuni degli esempi più noti. Credo che questo desiderio di distruzione del passato sia sinonimo, tra le altre cose, di paura. Che potere hanno la storia ed il passato? Perché fanno paura? Vive in ognuno di noi…il passato può essere ucciso?

 Sì. Il passato è un fuoco da alimentare ogni momento, attraverso lo studio, la lettura, lo scavo, la scoperta, la tutela, la valorizzazione… in una sola parola l’ascolto di quanto ci racconta chi è più grande di noi. Ancora vorrei essere un bambino cui la nonna racconta la storia della sua famiglia. Siamo noi a dover ascoltare e raccontare ancora.

«È perduto per sempre». Il tempo. Come si vive, da archeologo, il rapporto con un’entità finita? Quali minacce e quali occasioni presenta il tempo?

Il tempo è relativo – è circolare. Nel romanzo che sto scrivendo, Il passato in mano, ambientato tra Egitto e Gerico al tempo dell’Antico Regno, il ritrovamento di un pugnale ci riporta indietro nel tempo. Ogni reperto archeologico ha questa potenza: vive di nuovo oggi, ma è vissuto allora. La sua stessa presenza nelle nostre mani ci proietta nello spazio-tempo e lo vediamo tra le mani di un uomo di cinquemila anni fa che sta tosando una pecora. Siamo lì con lui. Il nostro cuore si calma. Dove stiamo correndo? Siamo anche noi uomini. Siamo nel tempo di oggi e di allora. Quello che possiamo vedere, capire, toccare è inaspettato. Non crediamo di conoscerlo prima. Se abbiamo questa disposizione all’ascolto, alla scoperta, allora il Passato ci insegnerà tanto…

Nella sua ultima impresa letteraria I genî di Mozia, ci propone un viaggio in un '’paradiso in terra sul naso della Sicilia’': l’isola di Mozia, antico centro fenicio e snodo importantissimo per la comprensione della storia del nostro Mediterraneo. Tra i mille misteri che avvolgono il tesoro confiscato da Garibaldi e nascosto dalla famiglia aristocratica dei Whitaker a Mozia, lei si ritrova ad avere visioni che la porteranno ad indagare sulla veridicità di questa leggenda...

Di tutti i miei peccati archeologici questo è il più spericolato. Ma non sono stato io a volerlo, bensì I genî di Mozia, ossia i fantasmi che mi hanno chiesto di aiutarli a ricostruire la vicenda avventurosa del tesoro che è all’inizio della storia d’Italia. E sono fatti veri: la ricca e cosmopolita famiglia Whitaker fu responsabile dello sbarco dei Mille a Marsala… quello che stiamo ancora vivendo dipende dalle azioni di un pugno di donne e uomini valorosi (e non)…

Il Prof. Dr. Nigro a Gerico - Palestina
Il Prof. Dr. Nigro a Gerico - Palestina

Nella letteratura araba e persiana, i jinni, entità soprannaturali nate dal fuoco, sono personaggi onnipresenti. È una novità ritrovarli in un romanzo archeologico. Perché ha sentito l’esigenza di scrivere romanzi? Che rapporto c’è tra archeologia e fantasia?

In un passo molto commentato de Gerico. La rivoluzione della preistoria, il mio interlocutore mi chiede: «Ma allora le cose ve le inventate?» «Sì!», in un certo senso, sì! Importante è indicare sempre cosa si è trovato realmente e cosa ci siamo immaginati noi e su quali conoscenze basiamo le nostre ricostruzioni. D’altra parte, l’immaginazione – è la più grande forza umana, quella della mente creativa. L’archeologo ricuce le mancanze nella tela che si sforza di ricostruire usando anche intuito e fantasia, oltre al metodo scientifico… è un tema di dibattito.

Nei suoi romanzi, oltre a fornire preziose informazioni archeologiche, svela anche il lato pratico ed umano della vita del mudir e dei suoi collaboratori. Quanto sono importanti i rapporti interpersonali per la buona riuscita delle missioni archeologiche? Come vivete i rapporti con la popolazione e la cultura locale? 

Sono essenziali, come in ogni impresa umana, ma sono anche necessarie ed inevitabili le divergenze di opinione. L’importante è che tutti accettino la gerarchia nel team di ricerca. Abbiamo sempre cercato di rispettare le culture che generosamente ci ospitano. Prima di tutto ascoltando e facendoci guidare da chi conosce i luoghi, le tradizioni e le sensibilità diverse dalla nostra. A volte anche con un sano scambio di punti di vista.

Crede che il viaggio, in particolare il turismo culturale, possa essere un mezzo per comprendere che la storia non è una materia seppellita negli oscuri libri? La storia antica può ridare dignità a paesi che ci appaiono, spesso erroneamente, come stranieri e nemici?

Il turismo culturale arricchisce l’anima, la psyche, di chi viaggia e di chi è visitato. È un’esperienza umana che rende migliori. Non va considerato secondo categorie economiche, bensì nasce dal bisogno innato nei sapiens di conoscere, capire, vedere, esplorare, per scendere ancora di più dentro noi stessi e ritrovarci i sorrisi, gli sforzi, gli insuccessi e le conquiste di tutta la nostra specie – attraverso terre e millenni… è una sfida che lanciamo a noi stessi e al nostro gruppo. Saremo capaci di vedere – oltre i preconcetti, oltre il già detto? Saremo capaci di ascoltare i diversi che vivono in un modo lontanissimo dal nostro? Perché la loro vita ci sembra sempre più pura della nostra? Sono domande che ci portano ad agire meglio al nostro ritorno, è così!

Per concludere, cosa dovremmo imparare dai nostri antenati?

Che solo insieme possiamo vivere bene e che scegliere i giusti capi può segnare il destino di una comunità umana…

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Nella lucente isola di Mozia, vicino Marsala, Garibaldi fece nascondere un misterioso tesoro. Per ritrovarlo, gli archeologi che scavano l'antica colonia fenicia, dovranno indagare nelle pieghe della storia della famiglia Whitaker, proprietaria dell'isola. L'indagine si fa incalzante - fra visioni notturne e indizi misteriosi - e conduce il lettore in un Mediterraneo denso e stratificato di culture, passioni, sapori e odori indimenticabili... Dal promontorio di Erice al Monte Athos in Grecia, dai templi di Mozia a Villa Amalfitano a Palermo, i luoghi storici e archeologici sono descritti anche nella loro valenza culturale, integrando alla narrazione una divulgazione del patrimonio culturale siciliano, svolta con acutezza e stupore. "A Mozia la storia si respira in ogni angolo, e i geni di tutte le civiltà che si sono succedute, ci conducono alla scoperta della bellezza e di noi stessi." Un romanzo dal ritmo incalzante e scritto in modo semplice, ma che non per questo rinuncia alla profondità storica e a un piacevole gusto per la cultura.


Per chi volesse approfondire la conoscenza del sito di Mozia e osservare il prof. Nigro all’opera, consiglio Alle origini della civiltà mediterranea: archeologia della città dal Levante all’Occidente - III-I millennio a.C., un MOOC offerto dall’Università La Sapienza di Roma, gestito e condotto dal Prof.  Nigro in persona. Un must per tutti gli appassionati di archeologia. Per maggiori informazioni consultate il link del corso.

Ringrazio il Prof. Nigro per il suo prezioso contributo. Da lui ho imparato molto. Non solo nozioni archeologiche, ma anche la profonda umanità che vive dentro ad un nome apparentemente irraggiungibile. Nella prossima intervista partiremo alla volta di un ‘’Yeni Dunya’’, un nuovo mondo, insieme alla band internazionale Light in Babylon. Preparate le valigie!

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