VIVERE IN CULTURA

«Vivere la cultura significa mettere in gioco le proprie convinzioni, misurarsi ogni giorno con realtà diverse, aprirsi al diverso e alla creatività»  

Claudia Centi

Per procedere in questo nostro itinerario tra viaggio, cultura e umanità, ho voluto conversare con una promettente scrittrice che ricopre la carica di Vicesindaco con delega alla cultura, comunicazione, innovazione ed eventi del Comune di Castelfiorentino. Lei è Claudia Centi, una giovane donna che ama profondamente la cultura, i libri e i viaggi. Il suo primo romanzo storico I fiori del caffè profumano di gelsomino, vede come protagonista Michelangelo Tilli, botanico ed esperto delle arti del medicamento, che nel 1683 viene incaricato da Cosimo III de' Medici di curare il Pascià della Turchia insieme al Cerusico Pier Francesco Pasquali. Il viaggio inizia da Castelfiorentino e prosegue poi a Livorno dove il medico si imbarca alla scoperta di città lontane. È a Belgrado che scopriamo il vero scopo del viaggio: la famiglia Medici, da Firenze, chiede notizie del mondo musulmano in un momento storico in cui gli ottomani minacciano i cristiani. Michelangelo, infiltrato alla corte del più potente uomo turco, riuscirà a penetrare quella fitta coltre che separa l'impero ottomano dal resto del mondo e scoprirà alcuni misteri, tra esoterismo, avventure, esperimenti botanici e l'amore segreto per la figlia del Gran Pascià. Una storia di entusiasmo che, proprio come quella della sua autrice, può aiutarci in questa nostra riflessione.

‘’Questa sera vi racconterò di Yasemin, la ragazza più bella e pericolosa della Turchia’’ disse serio il capitano Cornelio mentre gli uomini iniziavano a ridere e a darsi di gomito. ‘’Non intendo vedere né sentire sconcerie’’ li zittì ‘’stiamo parlando della figlia del Pascià’’ e il silenzio calò sulla ciurma. ‘’Chiunque mai dovesse trovare anche solo un fazzoletto della donna stia in guardia. Il profumo che sprigiona di notte è in grado di inebriare un uomo fino a condurlo alla pazzia’’. 

Claudia, come nasce I fiori del caffè profumano di gelsomino? Chi era Michelangelo Tilli? Perché la sua storia merita di essere raccontata e di varcare i confini di Castelfiorentino? 

Ciao Francesca, prima di tutto grazie per avermi contattata e per avermi chiesto di rispondere a questa intervista. Lo farò con grande entusiasmo e ne sono lusingata perché per me non c’è soddisfazione più grande di quella di parlare di cultura, libri e viaggi. La storia di Michelangelo Tilli, un mio concittadino nato a Castelfiorentino nel 1683, si è intrecciata alla mia nel 2011, quando, per la mia tesi di laurea in storia moderna, anche grazie al Professor Giovanni Cipriani, ho trovato alla Biblioteca Mediceo Laurenziana di Firenze le lettere inedite proprio del Tilli a Francesco Redi, per conto della famiglia Medici. Ovviamente ho improntato tutta la mia tesi di laurea su queste lettere e sulla figura di Michelangelo Tilli e ne è venuto fuori un lavoro storico, dal rigore scientifico come si confà a una tesi di laurea. Insomma, in poche parole, nonostante le lettere fossero bellissime e raccontassero di un viaggio avventuroso, la tesi non aveva ovviamente un carattere divulgativo. Nacque allora in me la voglia di trasformare quelle lettere in un romanzo. Solo nel 2018 si verificò poi la situazione perfetta per tirare quel lavoro e quel sogno fuori dal cassetto e con coraggio provare a trasformare questa storia vera in un romanzo che è uscito nel 2019. I fiori del caffè profumano di gelsomino, Federighi Editori, nasce quindi così. Si tratta di un romanzo storico che racconta il viaggio del medico, botanico e naturalista Michelangelo Tilli nel Regno Ottomano, dove era stato inviato (un po’ come medico, un po’ come spia) a curare il Pascià, genero del Gran Sultano. Due mondi così diversi che si uniranno nella storia di Tilli e sulla scia di un misterioso fiore che profuma come il gelsomino...

Quanto è stato emozionante entrare nelle vite di uomini vissuti quasi quattro secoli fa? Perché è importante preservare, valorizzare e trasmettere il nostro passato? 

Leggere quelle lettere è stata un’emozione grandissima e a volte mi emoziono ancora a lasciare che gli occhi scorrano su quelle righe. Spesso la scrittura stessa ci racconta delle difficoltà in cui Michelangelo era costretto a scrivere e si vede dai caratteri piccoli e storti attaccati gli uni agli altri, sia per risparmiare carta, sia perché in Turchia, allora, non esistevano i tavolini. A tratti si nota il pericolo che Michelangelo correva nello scrivere quelle lettere, perché ce ne sono molte in codice (che ho potuto decodificare grazie alla trascrizione che per comodità, Francesco Redi, destinatario delle lettere, aveva riportato sopra ad alcune frasi) che descrivono ad esempio i tratti salienti dell’assedio di Vienna visto da dentro il mondo delle truppe ottomane. La mia volontà di far conoscere e divulgare quelle lettere ha avuto una duplice finalità: da una parte far conoscere un personaggio così importante ai miei concittadini di Castelfiorentino. Nella nostra città, infatti, abbiamo una via e una scuola intitolate a Tilli (un’altra via che porta il suo nome si trova a Roma), ma pochi, prima di questo romanzo, conoscevano davvero l’importanza di questa figura. Dall’altro lato mi premeva far notare come il conflitto tra due mondi così vicini, eppure così diversi, abbia radici antiche. Ma se nell’antichità si potevano trovare dei punti in comune, forse, potremmo sforzarci di farlo anche oggi, abbandonando i pregiudizi e il senso comune e concentrandoci sulle persone.

Le lettere originali di Michelangelo Tilli
Le lettere originali di Michelangelo Tilli

Michelangelo Tilli e il Cerusico Pier Francesco Pasquali viaggiano attraverso paesi pressoché sconosciuti. Nella seconda metà del XVII secolo internet non esisteva e le notizie impiegavano tempo a circolare, eppure Michelangelo non ha il timore di andare verso mondi ignoti. L’epoca in cui viviamo ci permette di avere accesso a mappe, guide, racconti di viaggiatori e a siti ufficiali del turismo a livello mondiale. Siamo anche in possesso di un passaporto e di una nazionalità che ci permettono di viaggiare liberamente e di fare esperienze dirette. Covid a parte, perché secondo lei, nonostante tutte queste occasioni, si sente ancora parlare di ‘’paura di viaggiare’’? Perché il diverso e l’ignoto, anziché incuriosire, spaventano? 

Assolutamente sì purtroppo. Io stessa ho scelto di viaggiare, spesso partendo da sola, in Turchia, In Oman, in Egitto, in Palestina, Cisgiordania e Israele... Prima di partire, ogni volta, sono stata tartassata dalle prediche, in buona fede, di amici e parenti che, spaventati dalle notizie parziali che arrivano ogni giorno dalle nostre televisioni, continuavano a chiedermi insistentemente “Ma davvero non ci sono altri posti dove potresti andare in ferie?”. Siamo abituati a sentir parlare di questi luoghi solo per i conflitti che purtroppo ancora insistono nel Medio Oriente, ma questi paesi sono molto, infinitamente di più. E viaggiando si perdono pregiudizi e si acquisisce la verità. Certo, in alcune zone la tensione si sente, ma tutti sono sempre molto rispettosi del turista e la vita è sicura. In Turchia, ad esempio, usciti dalle grandi città dove c’è più abitudine al turista, e andando ad esempio nei paesini della Cappadocia, si trova un’accoglienza incredibile: tutto sono disposti ad aiutare, ad accogliere, a dimostrare che non sono persone all’antica o bigotte come spesso di pensa, ma anzi, anche nei luoghi più sperduti, ci tengono a dimostrare che i figli parlano inglese e mandano avanti i bambini per raccontare ai turisti delle ultime invenzioni tecnologiche o degli ultimi studi in ambito universitario. Nonostante la situazione governativa la Turchia ha tante donne libere e forti e tanti uomini che credono nella democrazia e nel progresso. Il loro problema, purtroppo, è che non possono dirlo ad alta voce! Michelangelo Tilli e il Cerusico Pier Francesco Pasquali impiegarono mesi per arrivare nel Regno Ottomano. Noi in poche ore di volo possiamo godere delle meraviglie di queste terre senza paura, anzi, con l’orgoglio di chi sa superare i pregiudizi e vuole vedere con i propri occhi. Ovviamente il sito della Farnesina è a disposizione per dirci in ogni momento quali sono i luoghi sicuri in cui viaggiare e quali no. A quel sito, e solo a quello, conviene affidarsi per partire in totale sicurezza.

Presupponendo che per esistere il diverso, si debba avere una determinata coscienza del sé, secondo lei a che livello è oggi questa consapevolezza? 

Io ho sempre molta fiducia nelle persone e quando, a volte, mi è capitato di confrontarmi con persone che non accettano il diverso, ho capito che spesso dietro a queste prese di posizione ci sono due possibilità: la prima riguarda la tradizione della famiglia, del paese, della città e della regione. Intendo dire che ci sono luoghi in cui cresci sentendo dire a tutti coloro che conosci che diverso è paura e che solo tu sei quello giusto, quello normale. Con queste persone è difficile parlare perché fin da piccoli hanno vissuto in condizioni di chiusura mentale e cercano (e quindi trovano) esempi che conoscono a menadito per testimoniare il proprio punto di vista. Però con queste persone si può parlare, io ci provo quando mi capita, cerco di far capire loro che il luogo in cui sono nati e le caratteristiche fisiche nelle quali si riconoscono gli sono state assegnate per fortuna, non per merito. In questo caso la concezione del sé è molto forte, anche se a mio avviso distorta dal sentire comune e dal meccanismo di riprova sociale in cui alcune persone sono cresciute. Poi c’è un’altra categoria di persone, ed è quella di coloro che credono di sapere tutto, ma la loro conoscenza è solo superficiale. Credono a ciò in cui vogliono credere e si lasciano trasportare da proclami e da chi urla più forte. In questo caso la conoscenza del sé è molto bassa. Soprattutto non si sa cosa si vuole davvero dalla vita, quali sono le proprie priorità e come metterle in fila e lavorare per conseguirle. Purtroppo in un mondo iperconnesso è facile smarrire la strada e perdere molto tempo prezioso in banalità che ci portano poi ad essere infelici e a guardare gli altri con invidia. Il primo punto per migliorarsi da questo punto di vista è l’autocritica e la consapevolezza. Solo una politica che comunica bene, in maniera onesta, diretta e pulita i propri intenti può migliorare entrambe queste posizioni. Bisogna partire dalle scuole e poi puntare alla chiarezza e alla trasparenza con il cittadino. Ma serve coraggio e impegno, tanto coraggio e tanto impegno. E poi serve l’unione tra tutti i diversi gradini che compongono il governo. Perché il cittadino ha sempre meno voglia di ascoltare e allora tutte le scelte vanno spiegate in maniera univoca, diretta e semplice. E forse va bene aver fiducia nelle persone, ma questo è un progetto un po’ troppo utopico.

Che ruolo giocano il viaggio e la cultura in questa presa di coscienza? Il loro influsso è ancora riscontrabile o sta soccombendo in quest’epoca di influenzatori e di narrazione mediatica costante, a volte invasiva? 

Il viaggio sarebbe fondamentale per vincere i pregiudizi e permettere a ciascuno di vedere con i propri occhi e di capire che, alla base, siamo tutti persone. Ma purtroppo, come dicevo, spesso si sente parlare del diverso in maniera correlata alla paura, così come si sente parlare dei paesi del Medio Oriente solo quando c’è una guerriglia, un attentato o qualche disordine. Ci sarebbe tanto di più da raccontare, ma i documentari non hanno la stessa presa sulla pancia della gente di una notizia sparata a tutto volume sull’ora di pranzo da una Tv in cui si vedono in sottofondo scene di morte e distruzione tra i fumi di un bombardamento. Si tratta di un meccanismo tipico dei media, quello di puntare sulla notizia che arriva più forte, ma è un meccanismo che a sua volta si basa sul nostro essere uomini e sulla psicologia per la quale la paura è sempre più forte della cultura e, a volte, oscura la verità. Sta a noi scegliere oltre l’istinto. 

Gran parte del suo libro è ambiento in Turchia, una terra tra due mondi che ci invoglia a spingerci sempre più a est, verso il Vicino e Medio Oriente. Mi capita spesso di dover giustificare il mio entusiasmo verso questi paesi che vengono definiti ‘’nemici’’. Lei ha avuto l’occasione di visitare queste terre, che idea si è fatta? La politica riflette l’indole del popolo, o le due cose sono separate? 

Sì, come dicevo sopra ho visitato in lungo e in largo, spesso fuori dai circuiti prettamente turistici, la Turchia e la Cappadocia, l’Egitto, Israele, la Palestina, la Cisgiordania e l’Oman. In ogni luogo mi sono stupita della grande accoglienza dimostrata dai popoli nei miei confronti: donna, senza velo, turista. In Turchia la differenza tra ciò che si percepisce in Italia e ciò che davvero si trova tra le persone è abissale. Nonostante la politica che governa questo paese, la gente è generosa, aperta di mentalità, orgogliosa e forte, ma anche gentile e pronta ad emozionarsi e a dare fiducia. Ho trovato in Turchia le città pieni di cani e gatti sani, cippati, accolti per dormire, nonostante fossero randagi, nei garage e nei magazzini della gente dove vengono appositamente predisposte stanze con coperte e cibo. Ho trovato le strade pulite e i cittadini mi hanno spiegato che piuttosto che lasciare la cicca di una sigaretta per terra, la spengono e se la mettono in tasca (e qui penso ai miei concittadini che qualche volta abbandonano non le cicche, ma anche i sacchetti dei rifiuti per le strade!). Ho trovato persone cordiali, curiose e per nulla ostili. Nei loro volti e nelle loro parole ho sentito forte la voglia di far capire l’orgoglio per la loro storia, nonostante il momento presente. La passione con cui difendono la loro storia e Atatürk, il padre della patria, è commovente e ci dice che forse bisogna davvero provare il peggio, per capire quanto di bello abbiamo.

Claudia Centi
Claudia Centi

Parlando sempre di politica, diamo uno sguardo alla nostra situazione attuale. Il mondo della cultura è stato inserito nella lista delle attività ‘’non essenziali’’. In molti hanno sostenuto questa teoria, affermando che ‘’con la cultura non si mangia’’. Secondo lei è a causa del Covid che la cultura è stata messa da parte o questo lento abbandono era già nell’aria prima della crisi sanitaria? 

Purtroppo questa pandemia ha colpito tutto il mondo in maniera improvvisa e non ha dato il tempo, al mondo che chiamiamo moderno, di prepararsi. Credo sia profondamente sbagliato pensare che “con la cultura non si mangia” perché, se proprio si deve mettere in questi termini, è dimostrato che per ogni euro investito in cultura ne ritornano tre in economia (risultati che emergono dall’indagine «Investire in cultura» realizzata da Rsm-Makno per Impresa Cultura Italia-Confcommercio). Si pensi dalle situazione più piccole al pubblico dei teatri, che si ferma a cena o per un aperitivo nei locali della città, si pensi a chi esce per comprare un libro e magari acquista anche altri prodotti, fino alle mobilitazioni più grandi legate al turismo culturale che smuove in Italia infiniti visitatori. Ma l’equazione cultura/euro non mi ha mai entusiasmata più di tanto perché credo che una donna o un uomo che legge, che sa godersi una mostra, che crea, che ascolta o produce buona musica, che frequenta un teatro o un cinema, abbia potenzialità infinitamente maggiori di chi vive incollato a una TV o chiuso nelle proprie convinzioni. Vivere la cultura significa mettere in gioco le proprie convinzioni, misurarsi ogni giorno con realtà diverse, aprirsi al diverso e alla creatività. Alla base credo ci sia proprio la possibilità di formarsi come esseri umani. E questo non si può comprare in euro. Per rispondere alla seconda parte della domanda penso che alla cultura sia stato chiesto un passo indietro giusto, visto il momento. All’inizio di questo secondo stop anche io mi sono sentita arrabbiata, perché come assessore alla cultura avevo lavorato tanto, con i miei collaboratori, e avevamo investito tanto, per riaprire in sicurezza il teatro, la biblioteca, i musei e la scuola di musica. Forse, visti i numeri, era di nuovo necessario. Ma c’è da dire che i ristori per i tantissimi operatori che lavorano in cultura devono arrivare. Perché se è vero che con la cultura si mangia, è ancora più vero che molte persone mangiano grazie alla cultura e fermare queste persone sarebbe un rischio troppo grande. Vanno sostenute e spero che il governo per primo si impegni, come ha detto, a farlo. Le persone si accorgono spesso di ciò che hanno di importante proprio quando gli manca: è ciò che è successo durante il primo lockdown con la cultura. Molte persone a casa hanno riscoperto il piacere autentico di leggere un libro, di vedere un buon film, di godere di uno spettacolo teatrale o di qualche mostra virtuale, promettendosi poi di tornare a vivere la cultura non appena possibile. Spero che almeno questo ci resti, da questa pandemia.

L'importanza della lettura, oggi, sembra un fatto abbastanza trascurabile. Perché invece la lettura, e anche la scrittura, sono importanti? 

Io credo di aver formato il mio sentimento di empatia leggendo i romanzi e imparando a capire il punto di vista degli altri attraverso gli sguardi dei diversi protagonisti dei diversi libri. Credo di aver imparato la forza di volontà imitando le eroine dei libri che ho letto quando ero adolescente o le biografie dei grandi personaggi studiati all’università. Penso di aver iniziato a sognare di vivere di cultura e creatività chiedendomi chi fossero gli autori che erano stati capaci di scrivere i miei libri preferiti e pensando, dentro di me, “Vorrei tanto poterlo fare anche io”. Ricerche recenti dimostrano come i bambini ai quali a scuola e a casa si leggono libri sviluppano prima la loro personalità e aumentano il ventaglio di parole che conoscono e sanno usare nei giusti contesti. Un bambino che legge sarà un adulto che avrà un senso critico personale e saprà elaborare pensieri liberamente, imparando a interpretare la realtà secondo il proprio personale punto di vista e non attraverso le notizie frammentate dei media o le paure collettive del popolo.

Oltre ad essere scrittrice, lei è anche vicesindaco e assessore alla cultura. Come si può avvicinare la cultura alle persone? È la cultura che deve tendere la mano per prima o il contrario? 

Credo siano necessarie entrambe le opzioni. La cultura non deve essere spocchiosa, deve tendere la mano a tutti e avvicinare chiunque. Non sopporto chi vorrebbe recludere la cultura a pochi studiosi o all’elitè dei teatri. Credo sia importante, a livello cittadino, sostenere i giovani che credono nella creatività e chiunque provi a esprimersi in cultura. Qualcuno diventerà un professionista, qualcuno no: un’amministrazione ha il compito di dare spazio e visibilità a tutti. Provare a fare cultura oggi è un atto di coraggio e avere una amministrazione che ci crede può fare la differenza tra provarci o rinunciare per sempre ai propri sogni. Dall’altra parte è necessario anche “educare” i cittadini alla cultura. Insieme ai miei collaboratori, ad esempio, diamo spazio a mostre personali degli artisti della città e al tempo stesso invitiamo altri artisti da fuori ad esporre da noi, in modo da creare un confronto e uno scambio che sia stimolante per tutti. Al teatro, insieme alla Fondazione che lo gestisce, proviamo a unire spettacoli di prosa a spettacoli di teatro civile, l’opera e la musica. In questo modo quella parte di pubblico che entra a teatro attratta magari dal grande nome della TV che si cimenta in un monologo, ad esempio, magari può provare a tornare anche per ascoltare della musica classica... 

Nei ringraziamenti del suo libro scrive: ‘’perché i sogni fanno comodo, li tieni in un cassetto della testa che apri quando ne hai bisogno: nei momenti duri, dopo ogni errore e delusione o per affrontare i momenti più tristi della vita. Io almeno faccio così, quando mi serve apro un pochino il mio cassetto, ci guardo dentro, frugo un po’ a caso tra i miei sogni e lentamente tutto torna alla normalità. Ma per realizzarli davvero, i sogni, ci vuole coraggio!’’. Il coraggio e la fiducia in noi stessi sono sufficienti per realizzare i nostri sogni o abbiamo bisogno che qualcuno creda in noi? Pensa che la società di oggi creda ancora nei sogni dei giovani? 

Questa è una domanda difficile. Forse prima che della società, bisognerebbe chiedersi se sono i giovani a credere in loro stessi. Purtroppo sento spesso parlare di ricerca del lavoro e del posto fisso come fosse un miraggio al quale puntare, per poi annoiarsi tutto il resto della vita a timbrare e stimbrare un cartellino. Credo non ci sia cosa più dannosa per la creatività! Certo il posto fisso e il tempo indeterminato sono molto importanti, ma lo è anche chiedersi chi siamo e cosa vogliamo fare. Serve coraggio, sì. Specialmente per scegliere di vivere in cultura. Ma se si hanno chiare le proprie priorità si può fare tutto nella vita! Siamo cresciuti sentendoci ripetere che dovevamo studiare per avere il posto assegnato per tutta la vita. Quando poi abbiamo finito di studiare quel posto non c’era. E allora è nato il mito dell’estero. Ma io credo che l’Italia abbia tanto da offrire: però bisogna credere nella propria creatività! La società di oggi è fatta di tante sfaccettature, sicuramente c’è chi crede nei sogni e li sostiene, ma bisogna cercare bene e crederci, prima di tutto, in noi stessi. Ad esempio per il mio libro ho ricevuto un premio a livello nazionale che ha portato al sostegno del Mibact e della Siae (bando Sillumina – copia privata per i giovani, per la cultura). Iniziative come questa ci sono per i giovani sotto i 35 anni in tutti gli ambiti: culturali dalla musica alla danza, dalla scrittura alla musica, dall’organizzazione di festival alla realizzazione di spettacoli teatrali. Fondazioni private e bandi nazionali sostengono poi le start up o i settori scientifici e innovativi. Ci sono finanziamenti per i giovani che investono in agricoltura. Ma bisogna cercarle le occasioni, difficilmente passano per caso. 

Per concludere, lei è giovane e ha già saputo raggiungere molti traguardi importanti. Che consiglio vuole dare ai suoi coetanei? 

Il mio consiglio è semplice: credere nei propri sogni, fare della sana autocritica per migliorarsi sempre di più, farsi aiutare nella realizzazione dei propri obiettivi, lavorare con passione e onestà, e soprattutto crederci. Smettiamo di passare il tempo a lamentarci e ad avere paura e cerchiamo di vivere con tutta la forza e il coraggio che abbiamo!

Se volete scoprire le avventure di Michelangelo Tilli, vi invito a leggere il romanzo I fiori del caffè profumano di gelsomino. Potete trovare il libro al seguente link. Ringrazio Claudia per la sua preziosa collaborazione e per i saggi consigli. Nella prossima intervista partiremo in compagnia della violista Paola Pedrazzoli per un viaggio imperdibile nel mondo della musica.

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